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Dall’impegno politico per un Partito Democratico sempre più proiettato al futuro alla militanza in prima linea per il ‘no’ al referendum sulla giustizia. La sindaca di Monterubbiano Meri Marziali interviene a tutto campo: “Togliere il consenso vuol dire normalizzare la violenza, giudicare ancora una volta le donne e non gli aggressori. Contro questa proposta ci mobiliteremo anche nelle Marche il prossimo 15 febbraio, il consenso non si deve cancellare e la violenza non si può riscrivere”.

di Paolo Paoletti

Diritti, giustizia, territori e comunità. Nell’intervista a tutto campo che segue, Meri Marziali, sindaca di Monterubbiano ed esponente del Partito Democratico, intreccia il livello nazionale e quello locale per raccontare una fase politica che considera decisiva. Dalla Direzione nazionale del PD guidato da Elly Schlein alla campagna per il No al referendum sulla giustizia, fino allo stato dei diritti nelle Marche dopo il cambio di guida regionale, Marziali non elude i nodi più controversi: l’arretramento sulle politiche di genere, le difficoltà nell’accesso all’IVG, il patrocinio negato al Pride, le risorse insufficienti contro la violenza sulle donne.

Un confronto che parte dai valori e arriva alle scelte concrete, passando per una domanda di fondo: che idea di democrazia e di comunità si sta costruendo oggi, nelle Marche, nel Fermano e nel Paese?

Sei reduce dall’ultima direzione nazionale del PD a Roma. Quali sono state le priorità emerse e come vi muoverete in un contesto che ha visto in questi anni il centro sinistra in difficoltà?

Una Direzione autentica e utile, che con l’ampio voto favorevole sulla relazione della Segretaria, Elly Schlein, ci permette di compiere un passo avanti significativo. La relazione della Segretaria è stata forte dettagliata e ha ribadito l’impegno di tutto il Pd per sviluppare una visione che guardi al futuro. Ha tracciato una strada netta e molto chiara sull’impegno che ci attende nei prossimi mesi: una grande campagna d’ascolto nel Paese reale sui temi del lavoro, della sanità, della cura, dell’istruzione e delle politiche industriali. Non solo per denunciare la mancanza dell’attuale governo Meloni ma per costruire al meglio la nostra proposta alternativa di governo.

Ha fatto bene inoltre la Segretaria a sottolineare i risultati raggiunti finora, grazie all’ascolto e alla raccolta dei contributi su temi come sicurezza, imprese e politica estera, provenienti da tutte le anime e sensibilità del Partito Democratico. Inoltre, è stato giusto ricordare le profonde motivazioni che hanno spinto i parlamentari del PD a opporsi alla riforma costituzionale.

Una strada in salita?

Non sono stati anni semplici ma mi sento di dire che è stato fatto un grandissimo lavoro, dalla Segretaria nazionale Elly Schlein, dalla sua Segreteria e da tutto il gruppo dirigente. Dico questo con estrema convinzione se penso alle politiche del 2022, quando tra i tanti errori commessi, ci fu la scelta sciagurata delle forze che avrebbero potuto comporre il cosiddetto “campo largo” di andare divise alle urne. Quella divisione fu un grande errore che permise alla coalizione di centrodestra di conquistare la maggioranza dei collegi uninominali. Lo ricordo bene avendo accettato una candidatura di servizio per il collegio uninominale per la Camera Ascoli-Fermo.

Durante quella campagna elettorale, nel confronto con le cittadine e i cittadini, con le realtà produttive e associative del territorio mi resi conto di quanto il Partito Democratico si fosse allontanato dai propri mondi di riferimento ma soprattutto di quanto venisse percepito dalle persone come un partito distante dalle loro difficoltà quotidiane. L’elezione di Elly Schlein ha rappresentato una rottura con quella impostazione, cercando di riportare il PD su un terreno chiaro di progressismo, diritti e giustizia sociale. Ha rimesso al centro temi che la sinistra non può più permettersi di trattare come marginali: lotta alle disuguaglianze e alla precarietà, salario minimo, diritti delle persone, ambiente, legalità.

Adesso la traiettoria valoriale e politica è chiara! E la leadership di Elly Schlein in questi anni si è consolidata, assumendo piena forza e governando un partito attraversato da sensibilità diverse e che oggi ha un profilo più netto con cui presentarsi alle cittadine e ai cittadini. 

In queste settimane sei in piazza ai banchetti per il No al referendum sulla giustizia. Perché ritieni che i cittadini dovrebbero preoccuparsi di un’eventuale vittoria del sì?

Oggi è nostro dovere fare una campagna capillare per il No a quella brutta riforma che, come in tanti hanno sottolineato, è animata dalla volontà della destra di indebolire e intaccare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, fondamento essenziale della nostra democrazia e della Costituzione.

Il referendum sulla giustizia non riguarda i magistrati ma i diritti dei cittadini e l’equilibrio tra i poteri. Indebolisce l’indipendenza della magistratura, ignora i problemi reali (lentezza, sovraffollamento carceri, carenza personale), colpisce il CSM che garantisce l’autonomia dei magistrati.

Dovremmo tutte e tutti preoccuparci perché la riforma non migliora l’efficienza del sistema giustizia, non renderà più veloce i processi, non assumerà l’organico che manca, non inciderà sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri e metterà a rischio la democrazia.

Da ex presidente della Commissione Pari Opportunità, che bilancio fai dello stato dei diritti nelle Marche dopo il cambio di guida politica? In quali ambiti ritieni che la Regione abbia fatto passi indietro più evidenti, se ce ne sono stati ovviamente?

Durante il passaggio di consegne della Presidenza della Commissione Pari Opportunità nell’augurare buon lavoro alla futura Commissione regionale auspicai anche, come era accaduto per la nostra Consiliatura, di impegnarsi attivamente per i diritti delle donne e di chiunque possa incontrare discriminazioni lungo il proprio percorso, lavorando in modo costruttivo, senza dividersi MAI per appartenenza politica, ma trovando sempre al proprio interno la sintesi più alta a difesa dei diritti delle persone. Chi rappresenta le istituzioni deve sempre ricordare che rappresenta tutte e tutti noi. Questo per me è mancato, in moltissime scelte ho visto chiaramente delle posizioni politiche ideologiche.

Penso alle risorse destinate al contrasto alla violenza di genere in primis il reddito di libertà le cui risorse sono insufficienti per coprire la totalità di richieste pervenute. Non possiamo continuare a contare le vittime registrando ogni volta parole di cordoglio (l’ultimo caso il femminicidio di Pianello) ma al contempo stanziando risorse insufficienti per il reddito di libertà, che ha lasciato 79 donne senza risposta (su 163 domande presentate).

La violenza di genere è un problema culturale che va contrastato sul terreno della cultura e della prevenzione non solo con la repressione. Penso che sarebbe stato importante investire maggiori risorse per attività nelle scuole e con le giovani generazioni e che la rete regionale istituita nel 2018 poteva e può essere un valido strumento di governance istituzionale per questo lavoro, per la valorizzazione e la sinergia con i Centri antiviolenza elementi cardine nel sostenere le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza e non solo per l’organizzazione istituzionale di eventi ma come cabina di regia di lavoro congiunto.

Non ultima la negazione al patrocinio istituzionale al MARCHE PRIDE bollato come manifestazione avente i caratteri di un evento politico”. Non che io sia sorpresa, ma il Marche Pride non è certo un sindacato o un partito politico e tantomeno un movimento politico. È un’iniziativa culturale e di civiltà di cui sono fiera di aver sostenuto e patrocinato istituzionalmente la prima edizione del 2019.

Quali battaglie concrete vedi oggi rallentate o smontate dall’attuale maggioranza di destra?

Penso prima di tutto all’applicazione della L. 194/78. Lo scorso anno è stata oggetto di un forte dibattito e preoccupazione con il sostegno dei movimenti pro-choice, che avevano segnalato criticità nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Le critiche principali includevano alti tassi di obiezione di coscienza, carenze nell’applicazione dell’aborto farmacologico e la presenza di associazioni anti-abortiste nei consultori.

In alcune zone della nostra Regione queste criticità rendono l’interruzione di gravidanza non accessibile impedendo il diritto all’autodeterminazione di ogni donna e la piena applicazione della legge 194/78. Il risultato è che molte donne si trovano a dover percorrere decine di chilometri per accedere a un servizio che, in teoria, dovrebbe essere garantito ovunque dal Servizio sanitario nazionale. Basti pensare che a Fermo, solo lo scorso anno, è arrivato per la prima volta dal 1978 un medico non obiettore!

La difficoltà di accesso all’Ivg è aggravata da un’altra peculiarità marchigiana: il ritardo nell’adeguarsi alle linee guida ministeriali sull’aborto farmacologico. Ma il problema dell’accesso all’aborto non riguarda solo gli ospedali ma anche i consultori familiari marchigiani dove meno della metà ha rilasciato le certificazioni necessarie per l’Ivg, nonostante l’obiezione di coscienza non sia prevista in queste strutture.

Sull’applicazione reale di questo diritto c’è stato un arretramento politico istituzionale è evidente. È un agire in linea con quanto vediamo accadere a livello nazionale, nel continuo attacco al diritto di scelta, alla salute e alla libertà di oltre metà della popolazione c’è solo il tentativo di limitare l’autodeterminazione femminile, di colpevolizzare le donne e di attaccare diritti fondamentali conquistati con anni di battaglie.

Pensiamo solo alla proposta di legge sul CONSENSO. La norma approvata lo scorso anno alla Camera all’unanimità poteva essere veramente una conquista non solo per le donne ma per tutta la società. Oggi il nuovo testo sul reato di violenza sessuale presentato dalla Senatrice Bongiorno cancella il riferimento al “consenso libero e attuale”. Non è una modifica tecnica, è una scelta politica. Togliere il consenso vuol dire normalizzare la violenza, giudicare ancora una volta le donne e non gli aggressori. Contro questa proposta ci mobiliteremo anche nelle Marche il prossimo 15 febbraio, il consenso non si deve cancellare e la violenza non si può riscrivere.

Da sindaca, hai mai avvertito qualche forma di pressione o comunque svantaggio della politica regionale sui Comuni amministrati fuori dall’orbita del centrodestra? C’è il rischio che l’autonomia amministrativa venga piegata a logiche di appartenenza politica?

Da Sindaca ho sempre dialogato con tutti, senza nessun problema da parte mia, proprio perché penso che quando si rappresentano le istituzioni non ci possono essere contrapposizioni ideologiche.

Il compito della politica è promuovere una crescita uniforme dei territori. È fondamentale contrastare i divari esistenti e combattere le disuguaglianze, assicurando che ogni comunità abbia accesso a servizi efficienti e accessibili. Questo impegno deve essere una priorità assoluta per garantire un futuro equo e sostenibile per tutti.

Un vecchio compagno mi ricordava spesso “quando si è nelle istituzioni, si rappresentano tutti.” Questo richiamo alla responsabilità politica ed istituzionale è sempre stato per me molto importante. Non sempre l’ho percepito, in alcuni frangenti sì ho sentito molto forte la logica di appartenenza politica e questo è un grande disvalore per chi rappresenta le istituzioni.

Quale sarà il futuro del PD Marche ed anche del Pd della Provincia di Fermo?

In queste settimane dopo l’assemblea regionale del 31 gennaio, abbiamo letto molto dai giornali e questo per me non fa bene al partito, alla nostra comunità politica.  

Lo ricordava benissimo l’On. Manzi a margine di quella assemblea, la parola comunità dovrebbe ricordarci il valore ed il senso della base su cui poggiare la vita del partito.

Siamo una comunità politica prima che organismi. E un partito vive e cresce proprio attraverso lo stare insieme, valorizzando la varietà di idee e opinioni. Il confronto aperto è un’opportunità di arricchimento, ma è fondamentale che questo dialogo non diventi una sola contrapposizione di potere piuttosto una profonda discussione sulle ragioni della sconfitta che non possono certo essere in capo ad una sola persona. Una discussione che deve essere all’altezza della nostra comunità politica e delle iscritte e iscritti che hanno assistito con smarrimento alle nostre discussioni arrivate sulle pagine dei giornali.

I tempi?

La Direzione nazionale dello scorso 06 febbraio ha indicato le finestre temporali per i prossimi congressi provinciali e locali dal 01 aprile al 30 giugno.

Una proposta politica vive e si sviluppa attraverso l’organizzazione che si è data. Sfruttiamo i futuri congressi come occasioni di discussione profonda e vera, per ricostruire le relazioni all’interno di noi, per un ascolto delle iscritte e degli iscritti quindi per far ripartire l’azione politica del partito sul territorio regionale e locale.

Sono convinta che il partito democratico a tutti i livelli abbia una classe dirigente di alto profilo, quindi raccogliamo le migliori energie per tornare ad essere una forza politica che faccia sia da guida per i cittadini e le cittadine marchigiane.

Ci attendono settimane impegnative di mobilitazione per il NO al referendum costituzionale che accompagneremo con un percorso di ascolto sui temi sociali ed economici – l’istruzione, il lavoro e le politiche industriali, la transizione ecologica, la salute, il welfare, il protagonismo del terzo settore – che il Governo trascura e nasconde con la sua propaganda.

Su questo dovremo concentrare le nostre migliori energie e sulle amministrative per conquistare le città che vanno al voto: San Benedetto, Fermo, Macerata e Senigallia tra tutte.

Quale sarà il futuro di Meri Marziali una volta terminata l’esperienza da sindaca. Cosa ti lascia aver guidato un comune come Monterubbiano?

Sarò sicuramente impegnata nell’attività politica del Partito Democratico, dell’esecutivo nazionale delle Donne democratiche per costruire l’agenda femminista di cui il Paese ha bisogno ma anche in diverse realtà associative e progettualità accanto a donne che stimo molto e che per me sono state una fonte di grande ispirazione.

Resto innamorata di Monterubbiano al di là del ruolo e soprattutto sono grata a tutte le donne e gli uomini che in modo autentico hanno accompagnato questa esperienza. Essere sindaca è un orgoglio, è un compito molto difficile la cui esperienza si costruisce ogni giorno.

Senti la responsabilità di proteggere la tua comunità, di farla crescere, di cogliere ogni opportunità, ma gli strumenti che hanno i piccoli comuni in certi frangenti sono veramente ridotti e si fa molta fatica a districarsi tra quello che si vorrebbe attuare e quello che si riesce a fare. Questi cinque anni e mezzo sono letteralmente volati, sicuramente perché come Amministrazione siamo stati impegnati su tanti progetti ed attività.

Monterubbiano ha grandissime potenzialità e il lavoro che abbiamo fatto come Amministrazione ha certamente un respiro lungo e un orizzonte temporale che andrà più in là del nostro mandato.

Come recita un antico proverbio “Una società cresce e diventa grande quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non si potranno mai sedere”. Per una comunità è la stessa cosa! Chi ha dei ruoli di responsabilità, in questo caso un amministratore, ha il dovere di innestare progetti i cui risultati non si concretizzeranno durante il mandato di quello stesso amministratore ma li vedranno le future generazioni. Questo è il compito della politica e della costruzione del futuro di una comunità.

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