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anremo raccontato dal palco è sempre lo stesso: luci, canzoni, spettacolo. C’è però un Sanremo visto da fuori – o meglio, di lato – che è un’altra cosa. In pochi lo conoscono bene come Mauro Leoni, una vita nel giornalismo radiofonico e inviato storico del territorio marchigiano al Festival per ben 19 edizioni. Ha iniziato nel 1995 con Pippo Baudo riuscendo, anno dopo anno, a coglierne gli aspetti più autentici e raccontandoli tramite i suoi social con foto, video, interviste. Ogni anno torna per scelta, attraversando i corridoi degli hotel dei vip, sale stampa, ingressi di servizio al Teatro Ariston, piazze e vie della Città dei Fiori. Ogni volta lo fa portando con sé la sua Porto Sant’Elpidio, ormai sempre più protagonista grazie anche al FantaSanremo. Anche quest’anno sarà così. Le valige sono quasi pronte e oltre che nei suoi canali social, Mauro racconterà il ‘suo’ Sanremo dalle frequenza di Radio FM Faleria Mare.

In questa conversazione non ci interessa lo spettacolo o le classifiche, ma le persone. Ciò che resta quando le telecamere si spengono. Questa è un’interferenza dentro il Festival.

 Torni a Sanremo dopo un anno di stop, con quale spirito parti?

Torno al Festival dopo un anno con lo stesso entusiasmo di sempre. Non è cambiato molto rispetto all’edizione precedente, almeno per quanto riguarda il regolamento e le proposte che vedremo sul palco dell’Ariston. Carlo Conti ha scelto di mantenere un’impostazione simile a quella dell’anno scorso e ha dichiarato che questa sarà la sua ultima edizione. Personalmente, quindi, da quello che ho letto in questi giorni, non mi aspetto grandi rivoluzioni.

L’entusiasmo però è sempre lo stesso, e questo non mi sorprende: sono legato a questo evento da tantissimi anni. Ogni edizione è diversa, perché ogni direttore artistico porta qualcosa di personale e lascia la propria impronta.

 Negli anni il Festival è cambiato molto: c’è un’edizione o un momento che per te rappresenta meglio lo “spirito” di Sanremo?

Ogni edizione merita di essere vissuta e raccontata in tutte le sue peculiarità. Forse un’edizione un po’ sottotono è stata quella condotta da Simona Ventura con Gene Gnocchi, anche perché le grandi case discografiche non parteciparono e tra i nomi davvero noti c’era praticamente solo Marco Masini, che poi vinse con L’uomo volante. Fu un anno piuttosto difficile.

Un’altra edizione non proprio al top è stata quella con Giorgio Panariello: lui stesso ha ammesso di aver voluto fare troppe cose insieme, assumendo sia la direzione artistica sia la conduzione. Probabilmente non era ancora pronto per sostenere un impegno così grande e complesso.

Se dovessi spiegare Sanremo a chi lo detesta a priori: quale dettaglio racconteresti per provare a fargli cambiare idea?

Beh, a chi non ha mai seguito il Festival posso dire che Sanremo ha sempre rappresentato la storia del costume e della società italiana: attraverso le canzoni, i testi, le immagini sul palco, i look. Se oggi pensiamo agli anni ’70 o ’80, ci tornano in mente anche gli stili di quegli anni proprio grazie a Sanremo.

A chi lo detesta o non lo apprezza vorrei anche ricordare che dietro al Festival lavorano tantissime persone. Per migliaia di professionisti il mercato discografico è un lavoro: concerti, cantanti, musicisti, tecnici. Bisognerebbe pensare anche a questo e rispettarlo, perché il Festival è, in fondo, un pezzo di storia del nostro Paese. Un po’ come i Mondiali di calcio, lo scudetto, la Ferrari in Formula 1 o, negli anni più in voga, Miss Italia: eventi che hanno raccontato la storia della nostra nazione.

Incontri i cantanti lontano dal palco: quanto sono diversi da come appaiono in tv?

Sinceramente non ho avuto grandi sorprese incontrandoli.

Dimmi la verità: chi è stato il più disponibile e chi invece il più difficile da incontrare?

Sono lì per lavoro. Anche la più piccola emittente radiofonica o testata giornalistica viene considerata, naturalmente in proporzione. Fare Sanremo, per un’artista, equivale a concentrare in una settimana un anno intero di promozione discografica. La mole di lavoro che c’è dietro è importantissima e proprio per questo sono quasi tutti disponibili e avvicinabili.

Diverso è il discorso per alcuni ospiti stranieri: a volte non sanno nemmeno bene dove si trovano o cosa rappresenti davvero Sanremo. Spesso dormono a Montecarlo, arrivano, cantano e vanno via nel giro di un’ora, come è successo in passato con Bruce Springsteen, Bono degli U2, Madonna o David Bowie. Insomma, sul palco dell’Ariston, nella sua storia, sono passati praticamente tutti tranne pochissimi nomi, come Prince Michael Jackson o i Pink Floyd.

C’è qualcuno che ti ha sorpreso per educazione, ironia o semplicità, al punto da dire “non me l’aspettavo proprio”?

Beh, in tutti questi anni mi ha colpito il comportamento dei grandi cantanti in gara. Penso, ad esempio, a Massimo Ranieri, Giorgia, Fiorella Mannoia, Al Bano, Gianni Morandi, Patty Pravo.

Ecco, loro si muovono di propria iniziativa, agiscono in autonomia. Non hanno bisogno di essere guidati passo dopo passo. I giovani emergenti, invece, devono spesso seguire le indicazioni delle case discografiche e degli addetti stampa: si muovono in base a ciò che viene loro suggerito o deciso.

Per il resto, una cosa posso dirla con certezza: l’umiltà dei grandi è reale. E ogni volta ne ho avuto conferma.

Ascensori, hall, bar degli hotel: qual è la scena più vera di Sanremo che hai visto lontano dalle telecamere in tutti questi anni?

Per quanto riguarda alcuni episodi che mi hanno dato la certezza che Sanremo è qualcosa di vero, autentico, penso a momenti molto personali.

Il primo risale al 1995, quando entrai per la prima volta nel Teatro Ariston durante le prove. C’era Pippo Baudo sul palco che curava ogni minimo particolare, persino le luci e i fiori. È stato un momento emozionante, perché da bambino sognavo di entrare in quel teatro.

Un altro momento toccante e particolare è stato quello di quattro o cinque anni fa, quando ho realizzato un video davanti all’ex Hotel Savoy, che oggi non esiste più ed è stato trasformato in appartamenti. Proprio lì, nel 1967, si tolse la vita Luigi Tenco. È stata un’emozione forte: ho sentito come un brivido, qualcosa di difficile da spiegare. Forse una sensazione personale, ma ho percepito il peso della storia — quella di una persona, di un amore travagliato e tormentato con Dalida.

In quel momento mi sono sentito un po’ triste. È stato un attimo molto intenso.

Quando torni a casa nella tua Porto Sant’Elpidio: qual è la prima cosa che ti manca e la prima che invece non vedi l’ora di lasciarti alle spalle?

Quando torno a casa dopo una settimana, la prima cosa che faccio è mettere da parte il telefono. Con tutti i canali social, le foto, le registrazioni, si va davvero in overdose: hai proprio bisogno di staccare.

Subito dopo, però, pensi già all’anno prossimo, perché l’entusiasmo è sempre qualcosa di bello e difficile da spegnere.

Interferenza finale: quando finisce Sanremo cosa rimane di questa esperienza a Mauro Leoni?

Cosa porto con me? Innanzitutto il piacere di aver trascorso una settimana in compagnia di tanti colleghi e di tante persone che la pensano come me. E non è scontato, perché a Sanremo ci va chi ama il Festival: i detrattori restano a casa a criticarlo dal divano.

Sono felice di aver passato una settimana in una città bellissima, che offre tanto. E poi ci sono i ricordi, quelli che riaffiorano ogni anno appena arrivo a Sanremo, quando scendo dal treno. È un susseguirsi di emozioni davvero molto, molto belle.

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